Antonio Di Jorio

1980, 15 Agosto - il M° Di Jorio festeggiato al Comune per i suoi novant'anni



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Antonio Di Jorio, un artista sempreverde.

Tutte le opere manoscritte, i cimeli, le lettere ed altro del Maestro Antonio Di Jorio sono stati donati dalla figlia Pasquina al Comune di Atri. Da qualche anno, in un salone del Teatro Comunale, ha sede l'Archivio Di Jorio, diretto con competenza dal Maestro Concezio Leonzi, musicista e musicologo, direttore della Corale Antonio Di Jorio e fondatore della Schola Cantorum A. Pacini di Atri. Antonio Di Jorio è ricordato ancora: «È una leggenda che non si spegne», osserva il Maestro Leonzi. Si continua ancora a studiare la produzione artistica del Maestro abruzzese, anche se molti sono ancora convinti che egli sia soltanto l'autore di stupende canzoni come "Mare nostre" e "Paese mè"; i musicologi riscoprono le sue operette, le sue pagine di musica sacra e da camera e quattro opere liriche di indubbio valore. Ora sarà il Maestro Leonzi, con i suoi collaboratori, a lanciare l'Archivio Di Jorio in Italia e nel mondo. È già in commercio un interessante CD che raccoglie musiche inedite del grande Maestro abruzzese e presto ne uscirà un altro.

Antonio Di Jorio nacque ad Atessa, in provincia di Chieti, il 28 giugno 1890, ultimo di sette fratelli, cinque dei quali morirono in tenera età. La musica l'aveva nel sangue e ad 11 anni era già "cornista" in una piccola banda di Atessa. A 12 anni fece una prima tournée all'estero, visitando la Serbia, l'Austria, l'Ungheria, la Bulgaria, la Turchia e la Russia.

Dopo aver chiesto il parere ad un altro grande abruzzese, Camillo De Nardis, che insegnava al San Pietro a Maiella di Napoli, i genitori iscrissero il piccolo Antonio al Conservatorio, dove nel 1909 si diplomò brillantemente […] In quegli anni napoletani Di Jorio scrisse stupende canzoni, strinse amicizia con autorevoli suoi colleghi e fu compositore di operette, che anche oggi meriterebbero di essere rappresentate [...]

Dopo la guerra mondiale e il soggiorno napoletano così ricco per la sua creatività, Di Jorio tornò ad Atessa e il Comune gli affidò la direzione della banda cittadina. In questo periodo nacque la sua passione per la canzone abruzzese e la sua collaborazione ed amicizia con poeti e letterati come Luigi Illuminati e Cesare De Titta. E qui dovremmo fare un elenco molto lungo delle sue opere: La canzone de l'amore, Caruline, Vuccuccia d'ore, Mare nostre, Paese mè, Luntane cchiù luntane, Dindò, Teresine, e potremmo continuare.

Ad Atri il Maestro Di Jorio venne nel 1921 e vi rimase fino al 1932 per dirigere la banda cittadina e la Cappella della Cattedrale. La parentesi atriana fu stupenda e Di Jorio in vita ne descrisse con amore e amicizia gli aspetti più interessanti. Si rinsaldò, qui, la sua amicizia con un grande atriano, l'umanista Luigi Illuminati, e, come si è detto, nacquero canzoni molto belle.

Da Atri a Ripatransone, nelle Marche, e poi, come vincitore di concorso, professore e preside dell'Istituto Magistrale di Forlimpopoli fino al 1960, anno del suo collocamento a riposo. In Romagna Di Jorio scrisse opere sinfoniche, come La prima rapsodia abruzzese e il poema Terra d'Aligi. Nacquero anche pezzi di musica sacra, come quattro messe in latino ad una, due, tre voci con organo, «nelle quali dice il Maestro Leonzi sono particolarmente evidenti la maestria contrappuntistica, la grandiosità della concezione compositiva e la ricerca di ricchezza e bellezza canora». Non mancò nemmeno un'Ave Maria, dolcissima. Fu anche in prima fila, Di Jorio, nella canzone italiana ed entusiasta fu la sua partecipazione, come direttore d'orchestra e autore, al Concorso Nazionale della Canzone Italiana che si tenne nel 1937 a Rimini. Il successo fu grande. Nel 1961 Di Jorio ebbe applausi e consensi al festival di canzoni nuove per bambini, Lo Zecchino d'Oro. Insomma, un ingegno multiforme, un musicista vero, un'artista completo che forse in vita avrebbe meritato di più.

Ora, intorno al suo Archivio sorgeranno diverse attività ed è da queste che bisognerà partire affinché la poliedrica produzione artistica di Antonio Di Jorio sia conosciuta in tutto il mondo.

Giovanni Verna
L'ECO Abruzzo, luglio agosto 1998.

In un discorso pronunciato ad Atessa nel 1950, il poeta napoletano Giuseppe Garofalo, legato ad Antonio Di Jorio da fraterna amicizia e suo paroliere prediletto, rievoca il primo incontro col musicista atessano allora ventenne e l'inizio dei loro stretto e fecondo rapporto di collaborazione artistica.

A Napoli [...] nel 1910, un gruppo di giovani artisti, senza pensieri e senza quattrini, ma ricchi solo di speranze, si lanciava all'assalto di una specie di fortilizio del tempo: la casa editrice musicale Izzo, in Piazza Dante, oggi, come tante altre, smantellata e distrutta dal mutato gusto dei tempi, ma allora raggiante della gloria dei più fulgidi nomi della canzone napoletana [...]

Fu in uno dei due angusti bugigattoli di quel tempio della musica, ove a stento ci ficcavamo tra gli scaffali, il pancone e il pianoforte, che conobbi Antonio Di Jorio. Aveva vent'anni: suonava e componeva come un dio, imprecava in abruzzese perché non riusciva ad ottenere dieci lire per una canzone, e passava le giornate intere davanti alla tastiera, che tentava, carezzava, tormentava con le dita convulse per strapparle l'eco delle note soavi che gli palpitavano in petto come ali di uccello prigioniero. Stavo a guardarlo affascinato: mi sentivo quasi un ragazzo, davanti a quella sua maturità e pienezza artistica. E quando da me egli volle dei versi che furono i primi versi presentabili che io avessi mai scritti sentii l'orgoglio dell'ingresso nel mondo, provai l'emozione di un battesimo: il battesimo dell'arte [...]

Ma la sua vena melodica sgorgava invano: Don Carmine Izzo, l'editore, gli aveva ricordato più volte che Don Ferdinando Bideri, altro mecenate dell'epoca, aveva pagato "O sole mio" con la vistosa somma di dieci lire. Che cosa obiettare? Senonché, ecco sorgere una Casa straniera, la Poliphon, che operò un vero trust, accaparrando e stipendiando poeti e musicisti. Le Case napoletane dovettero correre ai ripari, e Don Carmine Izzo si decise a compensi mai visti, pur di non perdere il suo valoroso Maestro. Fu così che le prime dieci canzoni fruttarono a Totonno ben cinquecento lire! [...] E venne il giorno del primo successo. Il Politeama Giacosa, il più grande teatro di audizioni piedigrottesche, gremito di un pubblico aristocratico ed entusiasta, ci decretò un trionfo indimenticabile.


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